Post(s) dai Tartufi Mutanti

una raccolta di post di fantascienza (e dintorni) pescati dalla rete con i miei criteri e pubblicati con il permesso di chi li ha scritti.
mercoledì, 12 novembre 2008

Turni

Quando lo spazio diventò davvero poco, qualcuno ebbe l'idea dei Turni. L'occasione fu la scoperta - quasi casuale, nel laboratorio di un'industria framaceutica minore - della molecola che sta alla base del Siero: priva di effetti secondari, la dose giusta precipitava all'istante qualsiasi essere vivente in una sorta di letargo assoluto, le funzioni vitali al minimo possibile, dal quale ci si risvegliava senza alcuna memoria e nessuna conseguenza sgradevole, ma soprattutto senza che il tempo avesse agito sull'organismo; senza che il dormiente fosse invecchiato, dunque, se non di pochissimo. Ci vollero alcuni anni per mettere a punto la logistica del programma, ma soprattutto per definire le innumerevoli questioni legali che una vita a intermittenza settimanale avrebbe fatto sorgere. Fu facile, invece, ottenere il consenso al progetto: la sola idea di disporre di spazi confortevoli bastò a convincere e rendere entusiaste milioni di persone abituate a convivenze logoranti, a file avvilenti per qualsiasi cosa, a insopportabili folle negli uffici e nei treni, ad asfissianti camminate nelle strade ovunque e sempre gremite.
Fu come se le risorse del mondo fossero raddoppiate. L'accurata selezione dei due turni fece sì che i disagi per la perdita dei familiari o dei colleghi e degli amici che avrebbero vissuto in settimane diverse, senza mai più incontrarsi, fosse ridotta al minimo, garantendo gli affetti e il buon funzionamento dell'economia. Si disse che non di ultimo saluto si trattava, come fosse un funerale, per chi si divideva in turni diversi, ma di un addio simile a quello dei migranti che lasciavano qualcuno per andare lontano per sempre: avrebbero potuto scrivere o lasciare video registrati e mantenere contatti a distanza, sia pure in differita di sette giorni. Fu necessario, tuttavia, che a un'intera generazione si sostituisse la successiva per stabilizzare l'alternanza nel mondo senza ledere relazioni di ogni tipo.
(...) L'approntamento degli sterminati dormitori sotterranei - fu scrupolosamente vietato ogni riferimento alle tombe e ai cimiteri - comportò spese colossali e lavori interminabili, l'organizzazione di una burocrazia capillare che gestisse il tutto richiese sforzi immani, ma alla fine la cerimonia dell'addormentamento del primo scaglione settimanale - che fu tratto a sorte - non vide intoppi, né proteste. Salutati i primi dormienti, coloro che rimasero si trovarono a vivere in case comode, a disporre di comunicazioni spedite, di cibo abbondante e di enormi risorse. Comprensibilmente, seri disordini si verificarono al momento di lasciare per la settimana successiva un tale paradiso ai dormienti in procinto di tornare alla vita. Il servizio di sicurezza fu impeccabile nel reprimere i moti con severità ma senza un numero eccessivo di vittime, così come nel dare la caccia con successo ai disertori e ai renitenti che non si erano presentati ai centri di raccolta per il cambio del turno, prendendo la via delle montagne o nascondendosi in fognature e cantine. A giocare a favore della convinzione più che della costrizione fu l'abilità dei funzionari, che argomentarono inoppugnabilmente anche con i più restii l'assenza di qualsiasi vantaggio nel rimanere in un mondo in cui per loro non c'era alcun posto.
Stabilizzatasi l'abitudine all'alternanza, verificato che una sorta di patto d'onore metteva al sicuro da qualsiasi ingiustizia o disparità fra appartenenti a turni diversi, gli unici incidenti - di scarso rilievo, peraltro - riguardarono proteste per le cattive condizioni in cui alcune abitazioni venivano lasciate a fine turno, la scomparsa di oggetti cari, qualche usurpazione difficile da dirimere. Il mondo – anzi, i due mondi che si vennero tendenzialmente a creare, ciascuno con i propri progetti e i propri obiettivi - si organizzò rapidamente su un ritmo spezzato, che prevedeva non solo interruzioni notturne, ma le settimane alterne di letargo della metà degli uomini.
Per gestire la complessa operazione del ricambio settimanale fu escogitato un sistema semplicissimo: funzionari e addetti all'organizzazione e alla sicurezza si alternavano a turni sfasati rispetto al resto della popolazione. Ciò si rivelò subito il punto debole dell'intera architettura del programma: se l'intenzione era di avviare una progressiva e indolore separazione dei due mondi, la permanenza di un certo numero di uomini e donne a cavallo dei due turni impedì che si procedesse agevolmente in questa direzione. Benché tenuti a una disciplina rigidissima nell'eseguire i loro compiti, fuori dal servizio gli addetti al cambio avviarono pietose - e spesso lucrose - attività di mediazione fra chi dormiva e chi vegliava; amori e relazioni si svilupparono fra gente comune e funzionari, rendendo la bigamia di molti di questi un fatto inevitabile e tollerato. Si arrivò invece a rischiare la crisi del sistema quando si scoprì che alcuni ufficiali corrotti complottavano con gli uomini del turno di veglia per allentare la strettissima sorveglianza ai dormitori e favorire un colpo di stato che prevedeva l'eliminazione nel sonno dei dormienti e la conquista in permanenza del mondo da parte di coloro che l'occupavano in uno dei turni. Fu la lungimiranza di chi aveva concepito il sistema a far sì che la sciagurata congiura fallisse: il ritmo settimanale non lasciava abbastanza tempo per organizzare un'operazione talmente vasta e complicata. L'esecuzione pubblica dei capi del complotto, ritrasmessa in video a beneficio di coloro che allora dormivano, fu occasione di grande solennità e compostezza, riaffermando e facendo interiorizzare da parte di tutti i valori del sistema.
Non inganni il tono pacato di questo scritto: di mestiere faccio lo storico, tendo a disciplinare la penna, a cercare il rigore piuttosto che l'emozione, nel narrare. Queste parole nascono, però, in circostanze drammatiche. Se poteste vedermi, a scrivere quasi al buio, le finestre sbarrate, la sacca con i viveri e i vestiti a portata di mano, l'arma appoggiata allo stipite, capireste che la tragedia imminente è l'ispirazione stessa di queste pagine; per mestiere sono un testimone, è per me un dovere lasciare traccia di ciò che nessuno avrebbe immaginato e che invece sta accadendo.
Tutto è cominciato all'inizio di una settimana in cui vivevo da sveglio: nei primi due giorni una febbre potente ha fatto stramazzare prive di forze migliaia di persone. Ovunque è stato così, tanto da poter contare in svariati milioni i contagiati dall'inedita epidemia. La guarigione quasi completa è arrivata per tutti al terzo giorno, con sollievo generale; era, dunque, una forma benigna, anche se i casi si moltiplicavano fra chi era ancora rimasto immune. Ma l'efficiente servizio sanitario internazionale aveva intanto diagnosticato il dramma: chi fosse stato colpito dal morbo, benché perfettamente ristabilito, sviluppava un'incompatibilità con alcune sostanze, fra le quali il Siero. In caso di somministrazione, l'addormentamento sarebbe stato senza ritorno. Lo sperimentarono subito i guardiani del turno: quando il primo scaglione fu sottoposto al Siero, il cuore di coloro che avevano sofferto la malattia sconosciuta si fermò del tutto non appena assunto il sonnifero. Erano armati, gli altri, e non fu difficile per molti di loro rifiutare la dose, affrontare il cambio di coloro che si erano appena svegliati, eliminarli. La voce corse e il panico si impadronì di tutti: la scelta era fra il morire e il farsi trovare svegli dai nuovi turnisti. Era facilmente immaginabile cosa sarebbe avvenuto: nessuno dei nuovi avrebbe creduto al pericolo del Siero, o se così fosse stato, nessuno avrebbe accettato che un accidente occorso agli altri rendesse la loro vita impossibile. Ogni casa, ogni lavoro, ogni automobile sarebbe diventato oggetto di contesa fra coloro che sarebbero dovuti scomparire nelle immense catacombe per i successivi sette giorni e coloro che si risvegliavano a riprendere le loro vite interrotte. Mestatori sono apparsi a ogni angolo di strada, a infiammare gli animi come contro un esercito nemico; le autorità, paralizzate dalla scelta impossibile, sono state ignorate e travolte; ciascuno ha fatto della propria casa una fortezza, dei propri figli un plotone. E' incredibile con quale efficienza e con quale rapidità si sia diffusa, unanime, la volontà di resistenza agli sconosciuti che, risvegliatisi, sarebbero divenuti dei rivali e avrebbero visto gli altri come degli usurpatori. Li si immaginava, sgomenti, trovare il loro mondo già popolato, la propria casa occupata; li si pensava, lividi di rabbia, armarsi e gettarsi alla conquista di ciò che loro spettava in virtù di un diritto ormai antico. Anche chi aveva inteso provare a seguire la strada della ragionevolezza – ma annaspava: quale ragione poteva prevalere fra quella dei veglianti minacciati e quella dei dormienti ignari di tutto? - è stato travolto dagli eventi. Il tentativo crudele di sfondare i portelloni corazzati dei dormitori e di sterminare gli uomini dell'altro turno non è riuscito che a pochi: le blindature sono state pensate per resistere a ben altro che alla furia di folle che si sentono come orde di topi in trappola.
Così, non ci resta che aspettarli: molti periranno negli agguati che squadre di uomini di questo turno hanno preparato per i dormienti all'uscita dei sotterranei. Ma altrettanti potranno  reagire, disperdere le lunghe file, armarsi a loro volta, marciare sui beni che gli spettano, sia pure solo per sette giorni.
Sento delle voci concitate, in strada, adesso, uno sferragliare, perfino: i nuovi hanno probabilmente preso un cingolato espugnando la caserma qui vicino. Lascio la penna, impugno il fucile caricato a pallettoni – è tutto quello che ho trovato – che è micidiale solo a breve distanza: dovrò dunque vedere in faccia l'altro proprietario della casa che abito nei giorni in cui mi spetta. Lo riconoscerò dalla foto che una volta trovai, caduta dietro un armadio e sfuggita alla doverosa pulizia che ciascuno cura prima di cedere le case agli inquilini della settimana successiva. E' un uomo giovane, dall'aria simpatica, con una bella moglie e due figlie piccole; ha il viso pallido di un intellettuale, come me. E' lo stesso viso che adesso intravvedo alla luce delle scale, dallo spioncino: gli occhi sono folli di rabbia e di determinazione, l'uomo veste un giaccone pesante carico di bandoliere di munizioni; dalla spalla gli penzola un mitragliatore e in mano brandisce una colossale mazza ferrata. La tiene stretta, in alto, pronto a colpire.

 

 

Scritto da ArimaneBis - lo trovate qui

 

 


postato da antologiafanta alle ore 14:35 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria:


domenica, 09 novembre 2008

Compriamo organi purché in buono stato

La ragazza sembrava un fascio di shangai stretto in un pugno e dava l’impressione che se il pugno si fosse allargato si sarebbe disfatta in porzioni sottili cadendo sui lati. La forza centripeta che la teneva diritta ed intera pareva abbandonarla ogni tanto e guardarla dava l’impressione di essere strabici a tratti. In piedi, addossata contro il muro della sala d’aspetto, aveva occhi di colore indeciso intonati alla pelle lucida e sottile. Ogni tanto dalla tasca dei jeans estraeva un foglietto e ne leggeva il contenuto facendo sì con la  testa con la ritmicità snodata di un cane di pezza sul parabrezza posteriore di un’utilitaria. Una vecchia canzone di Adamo faceva a gara col caldo a chi più appiccicasse le palpebre e la luce entrava ignorante dalla strada con il suo corteo di polvere e mosche. La voce di un uomo seduto di fianco alla porta ripercorreva con un falsetto straniato un mix di canzone e pensieri in libera uscita. Sulla punta del naso della ragazza la telecamera del videocontrollo sbirciò una goccia di sudore che, dopo aver esitato sul precipizio, scelse di cadere sulla moquette e nonostante l’assenza di rumore del tonfo, le persone presenti alzarono gli occhi.

L’uomo, riemerso dal falsetto, si schiarì la voce – Però, quanto ci vuole? Non sanno che dobbiamo lavorare? Io ho il cantiere fermo.

La ragazza aprì la bocca, senza parlare ed un pezzo di shangai cadde per sempre.

 

Oltre la porta stanno preparando per il prossimo cliente, le cose di quello precedente sono state impacchettate con cura e, mentre una cicciona lava il piano di marmo, aspettano di essere portate via. L’acqua scivola sul marmo senza parlare fregandosi qualche molecola di calcio al passaggio.

 

L’uomo non è più seduto, cammina avanti e indietro nella sala e parla da solo – Sono venuto soltanto per chiedere e poi non è per me…sono qui per caso me l’ha detto un amico… no sono qui per mia cugina che vorrebbe..- Prova e riprova il discorso, modula le parole insieme alla faccia. La ragazza non lo guarda, occupata com’è a tenersi assieme. Qualcuno ha suonato alla porta e qualcun altro ha fatto scattare l’apertura. Nella stanza sono entrate due persone, un uomo tarchiato con la faccia pigra da bullmastiff che sotto sotto non promette nulla di buono e un ragazzo magro come una cannuccia con i capelli che gli coprono gli occhi. Il ragazzo respira rumorosamente dal grosso naso che fende la zazzera, anche perché l’uomo tarchiato lo tiene al guinzaglio. L’uomo si è accomodato e con gran cura ha liberato il ragazzo e lo ha allontanato con un colpetto sul sedere ossuto e lui, con fare circospetto s’è avvicinato alla donna-shangai e le sta davanti. Il suo sguardo resta dietro i capelli e quello della donna lo trapassa indolore. Rimangono così per qualche minuto poi il ragazzo torna vicino al padrone, gli lecca la mano e si stende per terra.

 

Sulla porta del piccolo cantiere c’è scritto – Chiuso a tempo indeterminato -

 

La cicciona ha finito d’asciugare il piano di marmo ed attraverso un interfono ha chiamato qualcuno dicendo che la stanza era pronta. Subito è arrivata una donna di mezz’età che cammina in modo schematico, come se ogni singolo passo lo avesse deciso da tempo per direzione ed ampiezza. Porta un camice grigio, ha palpebre pesanti e la bocca reca gli esiti di una paresi dando al suo  mezzo sorriso la dignità del ghigno.

 

La casa della ragazza è un piccolo grom, uno di quei locali cubici ricavati in gran numero dagli appartamenti di una volta. Purtroppo è un grom centrale e non ha feritoie che diano all’esterno. Lei ha perso il lavoro da quasi tre mesi e presto sarà eliminata. Le prospettive non sono il suo forte. L’ultimo libro che ha letto è – Grandi speranze – di Dickens.

 

Pomeriggio di ieri. L’uomo con la faccia da bullmastiff si aggirava fuori le mura, prendendosi la sua dose di rischio. Il sole spazzava la landa scorticandone il vello. Vicino a una pozza bluastra l’uomo ha piazzato la solita esca, più per abitudine che altro. Poi ha fatto un giro verso la cava di pietra ed al ritorno è rimasto sorpreso a fissare il ragazzo addormentato. Incredibile, ne esistono ancora, ha pensato. Gli si è fatto vicino e gli ha carezzato la fronte, poi, dolcemente, gli ha allacciato il collare.

 

La donna di mezz’età si è affacciata alla sala d’aspetto e con la bocca più storta che avesse ha gridato – Avanti a chi tocca-.

Scritto da Rottami&Violini - lo trovate qui

postato da antologiafanta alle ore 14:12 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria:


giovedì, 06 novembre 2008

Cronache da Maintenance Planet, una storia vera

Qui ho imparato a muovermi quasi con disinvoltura, evitando i labirinti silenziosi della Parte Vecchia, sostando spesso negli ormai familiari ambienti della Zona Gialla e quella Blu. Questa volta mi dirigo velocemente verso la Zona “Espianti e Obsoleti”, con la certezza che giocando d’anticipo eviterò le interminabili file di questo Settore, per me nuovo.

 

E’ il momento dell’anamnesi, che qui prende il nome di “conversazione”, lo scopo è naturalmente quello di individuare con precisione le parti in avaria.

La Responsabile dello Smistamento mi indica, tra tutte le possibili Porte, una che ha un’insegna sbiadita, in un angolo nascosto.

Mi metto in fila, con poca convinzione, ascoltando le storie degli altri umanoidi e androidi provenienti da ogni parte della galassia. Resto stoica in piedi; certo, a sentire alcuni racconti viene la pelle d’oca, mi sforzo di sorridere come fanno gli altri.

Ma come riescono a sorridere?

 

I minuti scorrono troppi e, innervosita, provo ad interpretare l’insegna quasi illeggibile sulla Porta: “Terminali e Rottamazione”. Un tonfo al cuore. Chiedo perché non mi abbiano ancora chiamato, rispondono: Crono, lei non è in lista.

Con un filo di speranza inizio a correre nel buio, vedo un’altra Porta, tutta illuminata, stavano aspettando me. Questa volta preferisco non leggere l’indicazione anche se è ben illuminata.

La conversazione è piuttosto complessa essendo il mio caso ancora in fase di studio. Cerco di spiegare il problema alle branchie, ma su M. P. non conoscono bene l’evoluzione del pianeta Terra. In ogni caso in pochi minuti tutto sembra sotto controllo: una borsa zeppa di analisi effettuate negli ultimi quarantaquattro anni sembra convincerli.

 

Si tolga lo scafandro, andiamo.

Ecco, io non mi aspettavo che accadesse tutto così in fretta.

Mi spoglio e vado nella Sala Gelida; subito un addetto mi dice: ma guardi che per l’espianto del componente X0T11 bisogna tenere la biancheria.

Mi sembra di sognare, risalgo non ricordo se due o tre rampe di scale in cerca della mia biancheria e, grazie ad una singolare staffetta a cui partecipano alcune unità scelte del personale (maschile), finalmente la recupero e torno nella Sala Gelida.

L’anestesista, femmina venusiana dall’aspetto simpatico e rassicurante, si taglia appena mi vede, dopo aver deciso di iniettarmi una sostanza particolare, come dice lei: così, per precauzione.

Quando, avvolta completamente nell’emostatico, la venusiana decide che tutto è pronto, parto per Oblio, nero, senza tempo ed emozioni.

 

Ritorno in me perfettamente cosciente (almeno così penso), ma mi ricordano che devo respirare: in poco più di un’ora avevo già dimenticato.

Seguono 48 ore convulse di cui ricordo:

 

Gli antidolorifici che non hanno alcun effetto, finché si capitola con degli oppiacei sintetici.

Hanno dovuto allungare il letto (francamente neanche il_Piccolo ci sarebbe stato)

Non dormo ma simulo un sonno profondo ascoltando musica antalgica.

Una notte prendo letteralmente a calci Toi (un terrestre con la mania del volo cieco) che si è immolato ad assistermi prendendo di iniziativa il posto di familiare-marito-badante.

Un furto nella stanza di fronte, ma non me la sono sentita di inseguire il presunto ladro, essendo completamente imbrigliata in tubi che escono da tutte le parti.

La Signora Axy, anni 92, plutoniana, due stanze più in là, invoca il ritorno della madre per 12 ore consecutive (di notte, ovviamente).

Il Signor Twz, terrestre, classe 1906, scopre i magici poteri del Tavor e si obnubila ad insaputa del personale.

La mia dieta è predisposta inequivocabilmente da un soggetto sadico perché composta di soluzione gluconata, semolino, acqua e succo di frutta.

 

Dopo 48 ore, esausti per la mia presenza, decidono di rimandarmi a casa. Raggiungo zampettando un cargo-taxi, semisvenuta, sotto la pioggia e il cielo padano (che poi ha lo stesso “colore della televisione sintonizzata su un canale morto”) e me ne torno da Il_ Piccolo e i due crono-gatti.

Pronta e serena a godermi l'autunno terrestre che ha colori invidiati in tutta la galassia.

 

 

Scritto da Cronomoto - lo trovate qui

postato da antologiafanta alle ore 16:29 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


mercoledì, 05 novembre 2008

in merito alla terapia

Per quanto il dato fosse già di pubblico dominio grazie all’abbondanza di letteratura sull’argomento, ammetto che senza nemmeno rendermene conto mi aspettavo l’unico oceano indiviso che fin da bambini siamo abituati a immaginare. Invece una volta entrati nell’atmosfera potemmo vedere i fondali più prossimi alla superficie, i continenti di quel mondo, solo più velati d’azzurro dei nostri: aree verdi scuro e marroni, o grigie, ricoperte dalla sottile lastra dell’acqua. Scendemmo ancora, e allora quello che fino a un istante prima era stato il contorno del pianeta divenne il nostro orizzonte.
Ero curioso. Ravioli no, e anche per questo non era contento. Come me non c’era mai stato, ma aveva sempre confessato che al solo pensarci gli venivano i brividi. Il trovarselo concretamente sotto di noi, così pacifico e rasserenante, non sembrava aver dissipato le sue sgradevoli suggestioni. Guardava fisso nell’oblò sotto i nostri piedi mentre dai riccioli biondi due rivoli di sudore gli colavano sul volto pallido e contratto. Tuttavia non erano tempi buoni, del resto oggi non è che siano migliorati, e ci si adattava a fare un po’ tutto. Raramente fare tutto è piacevole e Ravioli non era scemo né paranoico. Eravamo, soprattutto, solo l’ennesima missione, la prima per me e per lui, ma già occorrenza del fenomeno in crescita costante che la gente chiama la Nuova Sensibilità. Ricchi professionisti riempivano i loro giardini imperiali di vestigia, facevano ricerche di scientificità improbabile sull’origine dei loro cognomi, malpagavano volontari per il recupero dei reperti. Quello che si raccontava degli squali e delle loro facoltà ipnotiche non era rassicurante. Persino le loro dimensioni, che i più dicevano ridotte, meno che umane, ne facevano delle creature anomale. Nessuno ne aveva mai catturato né fotografato uno e chi ne parlava sembrava talmente sballato che i più suggerivano di non dar credito alla storia. Talmente sballato, pensai guardando Ravioli che fissava il nulla mentre guardava l’oblò, da provare con il suo stesso comportamento che qualcosa doveva aver necessariamente veduto. Ma questo non glielo dissi a Ravioli. Né scacciai il pensiero, perché nello spazio i compagni ti servono freddi e le leggende ti fanno sopravvivere.
Secondo le coordinate eravamo prossimi all’obiettivo. Individuammo la penisola al di sotto dell’acqua, i picchi più alti non dovevano essere a più di una decina di metri dalla superficie. Percorremmo la lunga riviera dal basso in alto. Potevo vedere le sabbie marroni che emergevano dal mare per diventare regolari canali grigi ed edifici. L’alba era quasi piena, tra poco avremmo visto bene ogni cosa sotto di noi. Individuammo il punto dove avremmo trovato il reperto: a circa tre quadri da dove eravamo.
La navetta rallentò e si fermò nell’aria. Mi assicurai il cavo e la bombola, srotolai la scala di corda, afferrai il magnete e cominciai a scendere. Sotto di me e dopo attorno a me la flora marina emetteva una luminescenza chiara, finemente tendente all’azzurro, che assieme al sole ormai del tutto visibile concedeva all’acqua una trasparenza e un nitore perfetti, da giorno pieno. Il territorio attorno al reperto era una giungla di alghe e del reperto si scorgeva solo una cunetta, una piccola cupola nera immersa in una foresta, abbastanza per non dover chiedere a Ravioli ulteriori precisazioni. Cominciai a muovermi tra la folta vegetazione.
Quando il magnete iniziò a tirarmi verso il reperto, sentii la mia mano destra muoversi agitata verso la pistola, tempo cinque secondi, l’accelerazione, e piombai sul pallone metallico, arte di un altro mondo; il suono sordo del magnete che si incollava alla sua superficie mi arrivò mediato dall’acqua e mi sembrò che rimbalzasse ovunque. Incassato il colpo, istintivamente mi guardai attorno. In un mondo dove tutto ondeggia è anche difficile scorgere qualcosa, ma tutto sommato mi sembrò che tutto ondeggiasse come ondeggiava prima.
-Carica- dissi a Ravioli nel trasmettitore.
Non ottenni risposta. Girai un’altra occhiata furtiva attorno. Tutto ondeggiava, silenzioso.
-Ehi- fece l’auricolare gracchiando.
-Dov’eri?
-Guardavo il sole dall’oblò grande. Tiro su?
-Vai.
Sentii la catena tendersi e mi staccai dal magnete e dal reperto con una spinta delle gambe.
-Ravioli.
-Sì?
-Quanto tempo abbiamo?
-Tre linee, direi.
-Rimango giù un altro po’.
Ravioli non rispose. La catena cominciò a estrarre la sfera dalla sua incrostazione secolare. La vidi salire verso la superficie, farsi di nuovo tonda, giovane e bella sopra di me, resa leggera dalla forza trainante; mi allontanai di un poco dalla sua perpendicolare. Risalii anche io verso la superficie.
Bucai il pelo dell’acqua. Sulla linea dell’orizzonte si alzava un sole ancora debole, ma di lì a un segmento l’atmosfera si sarebbe fatta invivibile. Eppure qualcosa mi tratteneva lì, il fascino oscuro per radici ormai estranee, fossili.
Cominciai a muovermi con ampie bracciate, prima guardando quel cielo azzurro che i miei avi avevano guardato per migliaia di anni, poi mi voltai a guardare sotto e abbandonai quella che era chiaramente una zona costiera per una più densa concentrazione delle vestigia di quell’antica civiltà. Vedevo sotto di me le strade, le seguivo. Non so quando esattamente mi accorsi di qualcosa che stava facendo il mio stesso percorso. Me ne accorsi all’improvviso e, nello stesso istante, non so come, ebbi anche la certezza che lo stesse facendo da molto. Lo focalizzai e vidi il cadavere di un qualche essere impensato. Sembrava scomposto, come se fosse formato da parti mobili, lacerate. Era ricoperto di quello che assomigliava al brandello di un vestito, giallo. Stava con la pancia rivolta in su, rivolta verso di me. All’improvviso gelai: quella cosa era viva. Quella mobilità innaturale delle parti era l’insieme delle sue articolazioni, quell’abbandonarsi alla corrente era un nuotare. Aveva la testa appuntita, con le branchie che vistosamente respiravano ai lati in movimenti che a prima vista mi erano sembrati causati dalla corrente, le pinne e la coda però erano diverse da come ce le si aspetterebbe: aveva braccia, incollate per i polsi al busto, e da lì le mani, o qualcosa di molto simile a mani, si levavano nell’acqua remando; e aveva gambe, che però si univano all’altezza dei talloni dando ai piedi la forma di una coda, ma orizzontale come quella di un cetaceo. La bocca era a mezzaluna tendente in basso, gli occhi subito sopra la bocca, nel volto privo di naso. Aveva uno sguardo vuoto, come quello di un vero morto, ed ebbi la certezza che fosse una femmina, giovane e in qualche modo, secondo un qualche tipo di suo standard, bellissima. Mentre pensavo queste cose e registravo questi dettagli mi accorsi che avevo continuato a nuotare e lei con me. Non so quanto continuammo a nuotare assieme, non riuscivo a staccarmi, essere sopra di lei mi infondeva una sconosciuta sensazione di dolcezza e piacevole tensione. Solo ancora dopo mi accorsi che ne stavo imitando i movimenti. Che mi stavo lasciando andare. E che Ravioli mi stava chiamando.
-Ei. Eeei.
-Sì. Sì, ci sono.
-Ti vuoi muovere? Tra un po’ qui l’aria sarà fuoco.
-Perdonami- dissi, -arrivo.
Mi fermai. La creatura si fermò. Il suo sguardo non cambiava, il volto fisso sul ghigno involontario con gli angoli all’ingiù. Cominciai a nuotare verso la navetta. Cominciò a seguirmi, ma sempre a distanza.
-Tira- dissi a Ravioli.
Il cavo mi trascinò via.

Fuori dall’atmosfera Ravioli non sembrava ancora tranquillo.
-Stare in nave con questo affare mi dà i brividi- disse guardando il reperto -hai visto qualcosa là sotto?
-Credo di sì- dissi.
-Non voglio sapere nulla,- disse Ravioli scuotendo la mano, -già se penso che veniamo da qui mi faccio schifo da solo.
-Non devi sapere nulla- gli dissi io, e lo accarezzai sul capo, sorridendo. Mi stavo accorgendo in quel momento che era più giovane di me.

Dite che sembro normale, anzi in perfetta salute mentale, e questo vi lascia perplessi. Vi dico che ciò rassicura me non su di me, che non ho dubbi su come sto, e nemmeno mia moglie mi pare, ma sugli altri, quelli che voi chiamate casi standard, insomma quelli che per voi hanno problemi. Mi rassicura perché so che sanno, siete voi che non mi rassicurate e non sapete. Sostanzialmente credo che mi sia stato sufficiente non sentirmi obbligato a pensare che si tratti di squali. Credo che abbiate ora elementi sufficienti per trarre le vostre conclusioni in merito alla terapia. Io ve l’ho detto, non ci credo, state sbagliando tutto: fate domande, volete sapere, ma il punto è non farsele più: a quello serve l’angelo. Se gli altri sono malinconici, a quello serve l’angelo. Se ora sto bene e rido quando c’è il sole e pure se piove, a quello serve l’angelo. Quello che fate voi ora non serve a nulla. Dovete essere felici. Posso andare?



Scritto da Jacopo Nacci - lo trovate qui
postato da antologiafanta alle ore 14:20 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconto, paranoia, fantascienza, acqua, atmosfera


mercoledì, 05 novembre 2008

PREMESSA BREVE

Molto semplice. Giro per la rete e leggo cose interessanti. Alcune molto interessanti. Uno dei generi letterari più diffusi tra i blogger rosi dal tarlo della scrittura è una sorta di fantascienza spiritata  contestualizzata in atmosfere che stanno tra "Il cacciatore di pecore elettriche" e Orwell. E' un genere letterario che rende piuttosto bene in forma di post, sempre che chi scrive ci sappia fare. Pubblicherò in questo blog i post nei quali sono inciampato. Mi resta il rammarico (piacevole) di sapere che tanti altri dormono nella rete. Un giorno potrei incontrarli. O potrebbe essere qualcuno a segnalarmeli.
postato da antologiafanta alle ore 14:11 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria:


Chi sono

Utente: antologiafanta


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Archivio

oggi
--- 2008 ---

Links

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte